Un uomo viene visto aggirarsi in modo sospetto all’alba. Siamo in clima di peste, e qualsiasi persona che si muove in pubblico sembra circospetta.

Durante la peste del Seicento, la medicina moderna non è ancora intervenuta per spiegare le dinamiche del contagio.

Però, appare evidente a chi denuncia: quell’uomo ha con sé la pestilenza, e sta ungendo le superfici con essa, di modo che la gente si ammali.

L’uomo viene catturato, nega il fatto. Viene torturato, confessa.

Di nuovo, nega il fatto, quando ha la lucidità per farlo, e di nuovo viene torturato, e confessa. Sotto tortura, gli vengono chiesti i complici. Dice di non averne.

Sempre sotto tortura, fa il nome del proprio barbiere. E ritratta, una volta finita la tortura, e continua a fare un nome dopo l’altro…

Finché non si arriva al nobile della storia, il cavalier Padilla.

Il cavalier Padilla è un nobile spagnolo, e le guardie hanno riguardo a torturarlo. Interrogato, nega il fatto, e continua a negarlo fino alla fine.

Risultato dell’operazione: tutti gli imputati vengono condannati, tranne il cavalier Padilla. La bottega del barbiere viene rasa al suolo, e su di essa viene posta una colonna, che spiega come in quella sede abitasse e operasse un untore.

La condanna della superstizione

Una condanna precisa, quella di Manzoni, che si dirige non solo all’ignoranza e alla cattiva indagine, ma anche al cuore di tutti i malintesi: la superstizione.

La superstizione, dogmatica e senza prove, ha condotto degli innocenti a una condanna, che non ha nemmeno salvato le persone esistenti dal contagio.

Anzi, ha contribuito a fomentare il clima di astio sociale e scarsa collaborazione, come avviene normalmente durante periodi di grande crisi.

Nonostante alcuni episodi di negazionismo e di pura idiozia, sono molto felice che non ci siamo ricaduti, nel ciclo infinito degli untori.

Forse siamo davvero una società migliore.